HOW MUCH OF WHAT WE FEEL DO WE HIDE JUST TO SEEM REASONABLE?
Quanta bellezza tratteniamo solo per paura di sembrare irragionevoli?
Riflettevo in auto, su quante volte discutiamo del “colpo di fulmine”: quello che arriva e ti travolge e che, se lo racconti a distanza di anni, ti fa pensare: “wow, questi due erano predestinati a stare insieme”. Ma forse il punto non riguarda soltanto l’amore.
Succede ogni volta che qualcuno ci consegna qualcosa di più grande del previsto: un sentimento, un entusiasmo, una paura, una verità detta senza averla prima resa più presentabile.
Poi succede che, se qualcuno improvvisamente avverte la necessità di esporsi, tende a reprimersi per paura di essere giudicato.
Perché ora è presto.
Perché abbiamo la necessità di giudicare anche quando accadono cose belle?
Chi stabilisce che qualcosa, per essere autentico, debba necessariamente sottoporsi a un processo di stagionatura come una forma di formaggio?
Perché, se ci siamo dentro, nel qui e ora, e spontaneamente viene detto qualcosa di apparentemente troppo, ci chiudiamo a riccio?
Di cosa abbiamo paura quando qualcuno si espone con noi?
Che non sia vero quello che sente?
Di dover tracciare un confine che potrebbe ferire chi abbiamo davanti?
O semplicemente del fatto che non siamo più abituati a vivere le cose con leggerezza?
Come quando da piccoli annunciavamo di voler bene anche al palo della luce ed era tutto meravigliosamente spontaneo.
Come se certe cose diventassero accettabili solo dopo aver smussato tutto ciò che potrebbe metterci a disagio.
Quando abbiamo cominciato a considerare l’intensità come qualcosa da contenere?
Siamo diventati così bravi a rimpicciolire quello che sentiamo per non disturbare gli altri, a renderlo più semplice, più gestibile, più accettabile.
Ma non sono sicura che sia giusto.
Oggi mi sembra tutto difficile da interpretare, pieno di regole non scritte o dettate da chissà chi, tempi corretti e distanze da rispettare e quando, in mezzo a tutto questo, qualcuno ci offre qualcosa di spontaneo, forse potremmo semplicemente prenderlo e custodirlo.
Non significa necessariamente ricambiarlo, ma evitare di far sentire a disagio qualcuno per aver avuto il coraggio di esporsi, senza calpestare la bellezza di ciò che ci ha affidato.
Magari la parte più difficile non è esporsi, ma essere più empatici verso chi abbiamo davanti.
Perché spesso siamo noi dall’altra parte del tavolo, possiamo non sentire la stessa cosa, mettere un confine o magari non comprenderla affatto.
Possiamo sentirci liberi di esprimerci e, allo stesso tempo, avere la libertà di non condividere ciò che l’altro ci sta affidando.
O fare quel salto nel vuoto e dire: “Sono pazzo anch’io, penso le stesse cose che pensi tu!” senza necessariamente fare un processo a una cosa bella.
Custodire non significa sempre ricambiare. Ma significa fare tesoro di quello che ci è stato regalato.
Well, actually.
This is where it starts.